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Informazioni generali
Il comune di Sacile è, insieme ad altri 50, uno dei comuni della Provincia di Pordenone.
Abitanti: ha una popolazione di circa 19540 abitanti.
Altitudine: è situato a circa 16 metri sul livello del mare.
Comuni limitrofi: confina con i seguenti comuni: Brugnera, Caneva, Cordignano (TV), Fontanafredda, Gaiarine (TV).
CAP: 33077
Prefisso: 0434
Codice fiscale: H657
Codice ISTAT: 93037
Nome degli abitanti: Sacilesi


Il Territorio
IL DUOMO
Il Duomo di San Nicolò
Sito sull’omonima "plazuta", in cui convergono tracciati urbani di chiara origine medievale, il Duomo di Sacile fu costruito su strutture precedenti, tra il 1474 ed il 1496 da Beltrame e Vittorino da Como, che vanno annoverati fra quei Maestri lombardi che, verso la fine del ‘400, furono gli artefici dei più importanti monumenti realizzati tra Veneto e Friuli, segnando il passaggio da forme e motivi gotici a quelli riguardanti la nuova sensibilità rinascimentale che si veniva affermando. Da notare è l’arco trionfale con conformazione ogivale, chiara reminiscenza gotica; tali sono anche gli archi che costituiscono le volte del presbiterio e le arcate tra le colonne della navata principale.
La copertura presenta una struttura a vista, con capriate, orditura minore e tavolato lignei, così risistemata nel 1939, quando furono eliminate le preesistenti volte a crociera ribassate, messe in opera nel 1835, mentre le campate delle navate laterali si presentano a crociera con tetto soprastante.
Di grande pregio la facciata principale, ispirata a moduli rinascimentali, perfettamente equilibrata nelle sue proporzioni e nel rapporto tra pieni e vuoti; la caratterizza un’intelaiatura in pietra bianca lavorata che stacca sul contesto, tutto intonacato, con fascioni orizzontali a tre diversi livelli, paraste verticali ed elementi lineari curvi, costituiti, questi ultimi, dai due semitimpani posti in corrispondenza alle navate laterali, simmetrici rispetto alla navata centrale ed al relativo timpano triangolare.
L’abside principale è caratterizzata, su ogni lato, da arcate incave, che presentano, sul loro asse, ampi finestroni attualmente occlusi ad eccezione dei due laterali: lo furono nel corso dei lavori del 1939, in seguito al terremoto del 1936 che colpì gravemente Sacile, danneggiando il Duomo, per cui furono eseguite importanti opere di consolidamento.
Il tamponamento dei finestroni, dettato da considerazioni di tipo statico, creando una spazialità ed un gioco di luci totalmente nuovi, offrì l’opportunità per l’interessante ciclo pittorico dell’intera zona presbiteriale. Ne fu autore l’accademico veronese Pino Casarini, che, tra il 1943 ed il 1946, decorò ad affresco l’arco trionfale e il presbiterio, ottenendo effetti prospettici e coloristici di grande effetto. Vi si osservano le raffigurazioni della Madonna col Bambino sul trono, di Santi, della Crocifissione e della Resurrezione.
Sul fianco del Duomo si eleva imponente e snella la mole del campanile in muratura di mattoni a vista; sopra la cella campanaria, un tamburo ottagono sostiene la cuspide in laterizio innalzata ad oltre cinquanta metri d’altezza. Fu costruito tra il 1568 ed il 1582.
I terremoti del 6 maggio e del 15 settembre 1976 causarono gravi danni al monumento: dissesti e crolli di parti delle navate laterali, lesioni alle colonne sottoposte a violentissime sollecitazioni di punta e la facciata restò attraversata da una lesione verticale, corrente dal timpano al portale principale.
Dopo un primo intervento del Genio Civile di Pordenone, seguirono nel 1978 i lavori di restauro veri e propri, gestiti dalla Curia di Vittorio Veneto in regime di concessione da parte del Genio Civile.
Sulla base della proposta tecnica elaborata dall’ing. Orlando Vardanega, fu rafforzato il corpo della navata centrale sia con travi in cemento armato, in spessore, alla imposta del tetto – con ciò completando l’intervento già iniziato nel 1939, ma non completando per evidenti difficoltà finanziarie – sia contraffortandolo con due strutture monolitiche "a nido d’ape", sempre in cemento armato, realizzate simmetricamente ai lati, nello spazio, tra le voltine delle navate laterali ed il tetto soprastante, ancorate a terra, con proprie fondazioni, per tramite di pilastri all’interno delle murature esterne.
A tali lavori si aggiunsero, nell’estate di quell’anno, i lavori della Soprintendenza per i Beni Ambientali Architettonici Artistici e Storici del Friuli Venezia Giulia, diretta allora dall’arch. Pietro Scurati Manzoni, inerenti anch’essi a consolidamenti strutturali e a rifiniture.
In particolare fu previsto il consolidamento della facciata, esclusa dagli interventi precedenti, il suo ancoraggio strutturale ai muri di ambito, mentre la lesione che l’attraversava fu riparata con una fitta rete di cuciture in ferro, a ricompattare i lembi contigui, e risarcita con intonaco a raso. Con l’occasione fu completamente ricomposta, col materiale originario e di recupero, la gradonata d’accesso al Duomo. Tutta la facciata fu poi trattata con il rivestimento d’intonaco a tre strati "a fresco", con tinta incorporata, come nella tradizione veneta. Lo stesso trattamento che, in precedenza, era stato eseguito dalla Curia sulle facciate esterne fu esteso anche all’interno nella navata centrale a cura della Soprintendenza.
Quest’ultima è inoltre intervenuta nella fase di restauro di alcune opere del settore storico-artistico connesse al Duomo. Durante il corso dei lavori è stata scoperta la rappresentazione in affresco di San Pietro martire di Verona. Successivamente al 1980 furono recuperati i lacerti in affresco rappresentanti Profeti e Sibille, tema caro all’iconografia rinascimentale, scoperti nel 1939 tra lo spazio delle volte del 1835 e il tetto, sotto il quale costituivano un fascione corrente.
Gli stessi sono ora sistemati nella Cappella del Crocefisso in 22 pannelli, dopo i restauri effettuati da Vanni Tiozzo sotto la direzione tecnico scientifica del collega dottor Paolo Casadio.
[Giuseppe Franca - tratto da "Le Tre Venezie" del Maggio 1997]




La chiesa originaria è documentata sin dal 1246 quale filiazione della Chiesa aquileiese; l’attuale impianto planimetrico presenta tre navate, di cui la centrale molto più ampia e meglio definita, come taglio di volume, rispetto alle due laterali, suddivise in piccole campate (i muri esterni di queste ultime non danno luogo ad una pianta perfettamente regolare). L’abside principale è poligonale, rettangolari quelle di testata delle navate


PALAZZO RAGAZZONI
Il Palazzo Ragazzoni
Appena fuori dell’antica cinta murata di Sacile si alza sull’acqua il palazzo Ragazzoni. Il nome del palazzo deriva da quello di una famiglia della borghesia commerciale veneziana che vi ha abitato e che lo ha abbellito e reso interessante.
Il palazzo occupava la parte più avanzata verso il centro cittadino di una vasta tenuta agricola estesa nel territorio suburbano di S. Odorico. L’azienda era strutturata in feudo, come patrimonio statale concesso in gestione ai privati con il pagamento di un canone e con il giuramento di fedeltà al sovrano.
La natura feudale risaliva ancora ai tempi dell’impero romano d’Occidente ed il potere di assegnare il godimento dei terreni era stato trasferito ai patriarchi d’Aquileia, come vicari imperiali. I patriarchi esercitarono questo diritto fino a quando Venezia sottrasse loro il Friuli. Composte le vertenze con la curia patriarcale, anche il feudo di S. Odorico passò nel patrimonio del Dominio veneto. Da allora il doge concesse la titolarità del feudo a diverse famiglie fino a darla a due straordinari esponenti della borghesia commerciale di Venezia, Giacomo e Placido Ragazzoni.
Di rilevante interesse per la conoscenza del palazzo conosciuto oggi come Flangini-Biglia è il racconto delle vicende che hanno caratterizzato la vita di uno dei suddetti fratelli, cioè in particolare di Giacomo Ragazzoni.
Questi si recò in giovanissima età a Londra ed entrò in amicizia prima con il re Enrico VIII e poi con il successore Edoardo VI. Favorito dal fatto che l’altro fratello Vettor, che si era fatto prete, stava alla corte papale, a Giacomo capitò di svolgere un’azione diplomatica discreta per riportare l’Inghilterra al cattolicesimo. L’occasione si presentò con la successione al trono di Maria Tudor, figlia dello scismatico Enrico. Giacomo si trovò anche a condurre le trattative per il matrimonio della regina con Filippo II di Spagna. Il felice esito del contratto ebbe il coronamento con il privilegio concesso a Giacomo di potersi creare uno stemma con i simboli araldici della famiglia reale. Richiamato in Italia dagli obblighi familiari, Giacomo riuscì ad avviare a Venezia una fortunatissima carriera commerciale: si interessò di forniture navali e di commercio del grano in tutto il Mediterraneo, aiutato in questo dal fratello Placido. Conquistò il monopolio nel commercio dell’uva passa e le navi, che trasportavano le forniture di questo genere dalle isole dell’Egeo al mercato di Londra, erano di stazza così rilevante da non poter risalire il Tamigi, ma dovevano essere scaricate sul canale della Manica. Ragazzoni si riforniva soprattutto dai territori soggetti all’impero turco, favorito anche dal fatto che uno zio era vescovo di Famagosta nell’isola di Cipro. Morto lo zio, gli era succeduto come vescovo un altro fratello di Giacomo, quel valentissimo Gerolamo che appena trentenne ebbe l’incarico di concludere il Concilio di Trento e di applicarne le decisioni in collaborazione di S. Carlo Borromeo. Giacomo e Placido stavano intensificando la loro attività nelle basi navali siciliane, quando furono coinvolti in un gioco diplomatico condotto in segreto dal governo veneziano. Tutto il mondo cristiano era stato chiamato dal papa a lottare contro il sultano di Costantinopoli ed a Roma le varie potenze cattoliche stavano stringendo una lega militare. Venezia, che partecipava ufficialmente al tavolo delle trattative, non intendeva però compromettere i traffici con i musulmani ed escogitò di tentare un approccio con il sultano, utilizzando Giacomo come mediatore, che, svolgendo questo incarico, riuscì ad accumulare grandi quantità d’oro. Portò gli accordi quasi alla conclusione, quando a Roma si venne a conoscenza della missione e Venezia non ebbe la benché minima difficoltà di sconfessare l’agente segreto. Giacomo, però, riuscì a salvarsi, anzi lo stesso sultano lo utilizzò come suo ambasciatore per portare a Venezia la dichiarazione di guerra ed il seguito degli eventi portò alla vittoria cristiana a Lepanto.
Esauriti questi incarichi pubblici, Giacomo Ragazzoni si dedicò al rafforzamento delle fortune patrimoniali della famiglia anche con l’acquisizione della proprietà di circa 730 campi, parte prativi e parte arativi, nel territorio di Sacile e con l’acquisto per 30.000 ducati nella stessa prediletta città del palazzo di Tobia Ottoboni. Ristrutturò profondamente l’immobile e si dedicò alla sistemazione del vicino ponte per rendere più deliziosa e comoda la dimora. Per rendersi gradito alla amministrazione della Comunità locale sistemò il porto sul Livenza, come pure fu largo nella sovvenzione di un prestito senza interessi per l’acquisto di granaglie in tempi di carestia. Ad altre case e broli nella piazza sacilese associò almeno otto edifici industriali destinati a mulini, folli da panni, cartiere e battiferri per spade.
L’operazione più significativa restò comunque l’acquisizione del godimento, assieme al fratello Placido, di 322 campi, della cancelleria amministrativa e d’un antico maniero in rovina, che costituivano appunto il feudo di S. Odorico, sborsando 6.000 ducati al possessore Pompilio di Porcia. Il feudo, posto fra il Denegal e la Fossetta, era stato assegnato dal patriarca Bertoldo nel 1237 a Corrado ed Enrico Pelizza. Dopo la conquista veneziana del Friuli, il feudo trasmigrò nella famiglia dei Porcia, per passare così ai Ragazzoni. Venezia, sentendosi obbligata verso di loro, approvò il passaggio della titolarità e la decorò della elevazione a contea, prerogativa che apriva alle donne di casa Ragazzoni la possibilità di contrarre matrimoni con esponenti del patriziato. Dalla titolarità del feudo derivarono per i Ragazzoni anche il diritto di sedere fra i castellani del Parlamento della Patria del Friuli ed il dovere di contribuire, in caso di guerra, al mantenimento della cavalleria dell’esercito veneto, nonché l’obbligo di offrire ogni anno alla chiesa ducale di S. Marco un cero di dieci libbre.
Il possesso di S. Odorico aprì nuove prospettive all’attività di Giacomo. Si andò interessando all’agricoltura, all’allevamento bovino nella piana del Cansiglio ed alla intensificazione dell’industria molitoria sulle rapide del Livenza. Si dedicò con particolare cura al palazzo per renderlo confortevole ai figli che in numero di quindici gli stavano attorno. La casa aveva raggiunto un tale agio, che fu destinata ad ospitare Enrico III, quando lasciò il trono di Polonia per raggiungere quello di Francia. Il passaggio del re per Sacile è un episodio della più spettacolare visita di stato mai avvenuta durante la storia della Repubblica Veneta. Enrico, figlio di Caterina de Medici, incontrò Sacile, dove Giacomo ospitò centinaia e centinaia di persone. Musiche e danze furono organizzate in quella occasione e non furono infondate le notizie di viziosi divertimenti goduti dal re e pagati con la cessione di basi militari francesi in Piemonte. Caterina de Medici fu informata che il figlio dava segni di depravazione e quindi richiese espressamente la vigilanza di Giacomo per impedire altri scandali, almeno in pubblico. Ragazzoni svolse il compito con discrezione e tatto durante tutto il successivo viaggio di Enrico. Accompagnò il giovane fino a Ferrara e lo consegnò nelle mani degli inviati della regina. Il comportamento di Giacomo fu così accorto, che si meritò la stima dello stesso Enrico. Il re lo invitò alla cerimonia dell’incoronazione. Ci andò invece Placido che ricevette dalle mani reali il privilegio di aggiungere allo stemma di famiglia i gigli di Francia.
In seguito Giacomo rimase implicato (ancora una volta come agente segreto del governo di Venezia) in affari, poco chiari, di forniture d’armi ai Paesi Bassi in rivolta contro Filippo II di Spagna.
flangini
Il governo di S. Marco utilizzò ancora il palazzo dei Ragazzoni per ospitare Maria d’Asburgo.
I fatti del passato si trasformarono sempre più in esaltanti ricordi e diventarono argomento di esaltazione in un ciclo di affreschi dipinti da Francesco Montemezzano, artista estroso e dotato di mano sicura. La vita di Giacomo fu rappresentata nei momenti più felici, mentre gli anni e gli eventi la rendevano sempre più difficile ed amara. Al degrado fisico di una paresi si aggiungevano per Giacomo i dispiaceri di non vedere nel figlio Benedetto una qualche prospettiva di maggiori successi (tra l’altro questo figlio gli morì in età giovanissima). Tutte le speranze del vecchio Giacomo si riversarono in un nipotino, che portava lo stesso nome del nonno e che, diventato adolescente, trascinò la famiglia nella vergogna. Morto il gran vegliardo Giacomo, morti tutti gli altri Ragazzoni della vecchia generazione, il nuovo Giacomo si alleò con i peggiori bravacci e si mise in avventure con un prete famoso per le ribalderie. Il palazzo, che aveva ospitato comitive festose ed eleganti, si riempì spesso delle urla disperate di ragazze rapite. Dovettero intervenire i tribunali di Venezia e l’erede dei Ragazzoni fu messo al bando, con la condanna a morte se fosse rientrato a Sacile. Il giovane riuscì per qualche tempo a nascondersi nei boschi delle vicine montagne, ma poi dovette espatriare e trovò la morte in un’osteria di Mantova.
Il feudo di S. Odorico ritornò a disposizione del governo ducale e finì per essere assegnato ad una famiglia di armatori levantini: i Flangini.
Con i nuovi padroni il palazzo fu onorato dal soggiorno di papa Pio VI, che passò per Sacile in assoluta modestia durante un viaggio per Vienna.
Nel palazzo di Sacile ebbe anche il suo quartier generale Napoleone Bonaparte, prima di sferrare il colpo decisivo sull’esercito austriaco.
[Giorgio Zoccoletto - tratto da "Le Tre Venezie" del Maggio 1997]



La Storia
STORIA
La Sacile che oggi è dato vedere risale all’età rinascimentale e moderna, che è anche l’età dell’oro della Repubblica Veneta, alla cui "serenissima" ombra la città-porta del Friuli si sviluppò, a partire dal 1420.
Pressoché invisibili, invece, e a malapena immaginabili, sono le vestigia più remote o magari primitive: quelle che fecero della città, posta in luogo strategico, all’incrocio di una strada regia con un fiume navigabile, sia un florido emporio commerciale che una munita piazzaforte dello stato patriarcale friulano.
Evidentemente ci fu, nel trapasso dall’età medievale a quella moderna, un radicale "rimescolamento" urbanistico, che spazzò via innanzi tutto i castelli, forse anche qualche torre, il porto, il primitivo duomo, l’ospedale, quindi le pericolose strutture lignee, gli archi gotici, le volte a botte, i barbacani e i rivellini, le rughe o calli, e diede vita in compenso a sontuose dimore, a più robuste mura difensive, alla loggia pubblica, a un nuovo imponente edificio di culto, al fondaco, alle porte, ai borghi periferici… Cercare oggi tracce della Sacile medievale, ovvero patriarchina, sotto o dietro la spessa coltre della ricostruzione moderna, ovvero d’ispirazione veneziana, è impresa assai ardua. Eppure, nonostante il precario linguaggio delle testimonianze archeologiche e l’assenza di attestazioni scritte anteriori al 1100 circa, sono molti gli indizi che rimandano all’età altomedievale, e più esattamente all’VIII secolo, la nascita di Sacile.
Se pensiamo al fiume, già Plinio, in età romana, dichiara il Livenza nascente "ex montibus opiterginis", essendo il territorio altoliventino allora soggetto all’amministrazione di Oderzo. Alcuni secoli dopo, nel 667, il longobardo re Grimoaldo distrusse la bizantina città di Oderzo e ne divise l’agro tra i vicini; l’alto corso del Livenza pervenne così a fare da confine, grosso modo, tra la nuova amministrazione di Ceneda (oggi Vittorio Veneto) e il Friuli. Passa un altro quarto di secolo e nel 692 si registra uno scontro tra il ribelle Alachis e le truppe fedeli al re Cuniperto provenienti da Cividale, capitale del ducato friulano; teatro della battaglia è il bosco di Cavolano, presso il ponte sul Livenza. Lo storico Paolo Diacono, che segnala il fatto e che mal conosceva comunque la parte occidentale del ducato, non menziona Sacile. Un’omissione naturalmente non è una prova assoluta, ma si può anche supporre che la città ancora non esistesse; poiché, però, è alquanto probabile che il ponte e la relativa strada passassero per dove è ora Sacile, se ne deduce che la giurisdizione del castello di Cavolano, che diamo per eretto a quel tempo e che era situato poco più sotto, si spingeva fino al ponte citato, oltre il quale si apriva la giurisdizione del castello di Caneva, pure imposto dai longobardi a difesa del "limes" occidentale.
Il ponte, la strada e il fiume propiziarono la nascita di Sacile. È evidente che un luogo strategico così importante, posto sulla strada più percorsa dai longobardi nei loro trasferimenti da Cividale a Pavia, capitale del regno, e viceversa, non poteva rimanere privo di un presidio fortificato. Per ragioni di sicurezza, venne praticata una diversione del fiume, con la creazione di un ramo artificiale: nell’isola così ottenuta, ovvero nel "sacco" (da cui il nome Sacile), la città attecchì e si sviluppò abbastanza rapidamente, puntando soprattutto sui commerci, ma non perse mai il suo connotato originario, di avamposto militare del Friuli. E così probabile che al tempo delle invasioni ongaresche, nel X secolo, la città abbia opposto una strenua resistenza.
L’impulso all’attività economica era dato soprattutto dalla presenza dei due rami del fiume, cui in seguito si aggiunse un canale di collegamento, che favorì il sorgere di impianti per la molitura del grano e la lavorazione dei metalli; inoltre il Livenza, con alcuni interventi correttivi, venne tempestivamente reso navigabile fino al mare. Minor fortuna i sacilesi ebbero nel controllo dei mercati, specie di quelli di animali: dovendosi questi tenere, per ragioni igieniche, fuori della città, Sacile, il cui territorio "extra moenia" ricadeva sotto altre giurisdizioni, non poteva averne e così tenterà ripetutamente, sia per via diplomatica che attraverso tafferugli veri e propri, di subentrare ai potenti vicini, cui i mercati erano stati assegnati "ab immemorabili", nella custodia di alcuni di essi.
Nel caso, per esempio, del mercato di S. Lorenzo, oggi "sagra dei osei", istituito forse per onorare il patrono di Cavolano e poi affidato (non si sa come e da chi) agli "uomini" di Caneva, che continuavano comunque a tenerlo presso le porte di Sacile, soltanto dopo il 1400, auspice Venezia, i sacilesi riuscirono ad annetterselo.
Sacile sarebbe sorta, dunque, sul finire dell’VIII secolo, in una fase che non è più longobarda e non è ancora carolingia. Lo confermerebbe soprattutto un documento, che però è del XIII secolo, secondo il quale la chiesa di S. Nicolò, oggi duomo, venne fondata dal duca Enrico "pro remedio anime sue". Comunque siano andate le cose, la nuova pieve ebbe subito un suo status particolare: non venne, infatti, assegnata, come era logico aspettarsi, né alla diocesi di Ceneda né a quella di Concordia. Il patriarca aquileiese, come aveva fatto e farà per altre chiese della zona, come S. Fior e S. Cassiano del Meschio (oggi Cordignano), la volle sotto la sua obbedienza diretta.
Quando nell’XI secolo il Friuli si trasformò in uno stato patriarcale, per Sacile si aprì una stagione particolarmente felice, perché "costringeva" il principe-vescovo a lunghi soggiorni in città, nel corso dei quali presiedeva placiti, emetteva sentenze, accoglieva ambasciatori, dava feste, seguiva da vicino i lavori di potenziamento di spalti e munizioni. Punto di arrivo o campo avanzato di questa scalata politica ed economica fu la concessione, nel 1190, del "privilegio di borghesia", ossia delle libertà comunali. La città poteva così darsi, prima in Friuli, propri statuti; e lo farà di lì a poco, forse già allo scadere del XII secolo. Per Sacile si aprivano prospettive stimolanti: mentre tutto attorno, nell’angustia dei vari castelli, la feudalità dominava sovrana, nella città "libera" gli abitatori potevano "liberamente" possedere e vendere i loro beni. Si andrà così ben presto affermando un’imprenditoria mercantile, che farà a lungo la fortuna della città.
[Ermanno Contelli - tratto da "Le Tre Venezie" del Maggio 1997]



Folklore, Cultura e Tradizioni

Monumenti, Luoghi e Itinerari
ITINERARIO DELLE CHIESE AFFRESCATE
Le chiese affrescate
Lungo le strade secondarie dell’Alto Livenza si possono scoprire pievi campestri, ricche di arte e di storia. Inoltrandosi nella campagna bagnata dal Livenza, fuori dal traffico automobilistico non è difficile incontrare capitelli, stele votive, cappelle campestri sparse ai crocicchi di strade strette e profonde come fossi. Testimonianza di un vivo afflato religioso, questi monumenti della devozione popolare racchiudono spesso una storia interessante e nascondono persino, sotto un intonaco ammuffito e scrostato, i colori di una pittura semplice e antica, ricca di fede e di senso artistico.

Proprio al confine tra le province di Pordenone e Treviso, in località Vistorta, in mezzo ad una campagna che il Meschio sfiora quasi a ribadire l’antico confine del feudo di Fossabiuba, si incontra una di queste stupende chiesette campestri, dedicata alla Madonna delle Grazie, qui venerata da almeno nove secoli. Sorta verso il Mille, in una località abitata e fortificata, rappresenta oggi l’unica vestigia di un feudo rigoglioso, distrutto nel corso della fase espansionistica dei da Camino di Serravalle, intorno al 1199. Secondo la tradizione, la chiesa aveva titolo di pieve ed era officiata da più sacerdoti. Distrutto il castello e le sue adiacenze, al margine delle nuove strade del commercio medievale, la chiesa sopravvisse in mezzo ai campi, in un silenzio profondo e religioso che ancor oggi l’attornia. Fu dapprima accudita dalle suore cistercensi tra il 1300 e il 1400, poi dai monaci agostiniani che la abbellirono aggiungendo sulle pareti, ai preesistenti, altri affreschi a partire dal 1600.

Le vicende napoleoniche la lasciarono del tutto priva di sacerdoti, sebbene sempre aperta alla pietà dei fedeli e sottoposta alla cura dei vari proprietari che si susseguirono sul fondo agricolo vicino. Le cronache sacilesi annotano ancora che nell’Ottocento fu fatto dono alla Madonna delle Grazie di Fossabiuba di un altare in legno dorato – di fattura settecentesca e proveniente da un dimesso altare cittadino – affinché la città fosse preservata dal colera. Meta di pellegrinaggi e di rogazioni, fulcro di una devozione che attingeva alla cultura e alle tradizioni religiose della civiltà contadina, la chiesetta di Fossabiuba era caduta, nei nostri ultimi decenni, in disuso e solo l’interesse della famiglia che la custodiva e di alcuni giovani del luogo ha evitato che si producessero danni irreparabili. Dopo il terremoto del 1976, sono stati eseguiti lavori di restauro, quali iniezioni di cemento sulle pareti e il completo rifacimento del tetto con posa in opera delle nuove capriate.

Un ulteriore finanziamento della Sovrintendenza di Trieste ha consentito il restauro degli affreschi, dell’altare di legno, del rifacimento del pavimento in cotto con l’apertura di una finestrella che guarda sul pavimento sottostante più antico; i fedeli, invece, hanno provveduto ai banchi, modellati secondo una tipologia adatta all’insieme dell’interno.

Una sosta alla Madonna delle Grazie di Fossabiuba è quasi d’obbligo: non è solo tra le chiese più antiche della zona, ma anche quella che conserva le pitture murali più interessanti del territorio sacilese. Queste immagini, realizzate nell’arco di tempo compreso tra la fine del Duecento e i primi del Seicento, hanno risentito moltissimo dell’umidità, dell’abbandono e degli strati di calce con cui sono stati a suo tempo coperti. Gli autori sono riconducibili ad un buon artigiano locale, anche se non mancano i segni di una mano che ci richiama a risonanze e visioni più artisticamente valide, ossia ad artisti che in occasioni diverse hanno operato in chiese e conventi della nostra come di altre cittadine venete. La particolarità e la bellezza di queste opere risiedono nel fatto che la Madonna appare rappresentata, per ben sei volte, nella sua iconografia più classica, con Bambino Gesù in braccio, facendo sembrare la chiesetta quasi come un piccolo santuario ricco di immensi ex voto.

Poco vicina a questa, c’è l’altra chiesetta di Vistorta, recentemente restaurata ad opera della famiglia Brandolini. Uno stemma in pietra della famiglia Vando rende testimonianza della sua antica appartenenza; ed è tutto ciò che di prezioso rimane di questa chiesetta, ridotta per molto tempo a magazzino.

Risalendo verso Sacile, sull’altra sponda del Meschio, ecco il Borgo di Topaligo, altro castello distrutto dal tempo e di cui rimane soltanto la chiesetta di San Daniele, anch’essa restaurata. All’interno sono ancora visibili alcuni affreschi del XV secolo, però di non grande fattura.

Sono invece di buona mano gli affreschi della chiesetta di San Giovanni di Livenza, quasi in riva al fiume, costruita intorno al Trecento e successivamente affrescata con temi inerenti la vita del Battista. Nella piccola sacrestia si conserva una croce astile, in argento sbalzato, un piccolo capolavoro di oreficeria sacra.

A Prata non si devono dimenticare le due famose chiese, quella di San Simeone con affreschi del Cinquecento e quella di San Giovanni; a Campomolino l’antico oratorio di Sant’Antonio, con la pala di San Rocco e San Sebastiano, opera di Francesco da Milano. E infine, sulla strada da Gaiarine a Godega, l’antica chiesetta di San Zaccaria sperduta tra i campi, risalente al Duecento, con un prezioso altare del Cinquecento. Tanti segni dunque di una religiosità viva e reale, manifestatasi con forme artistiche spesso di elevata fattura.


[Giuseppe Chiaradia - tratto da "Le Tre Venezie" del Maggio 1997]


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