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Informazioni generali
Il comune di Poggio Imperiale è, insieme ad altri 63, uno dei comuni della Provincia di Foggia.
Abitanti: ha una popolazione di circa 2860 abitanti.
Altitudine: è situato a circa 73 metri sul livello del mare.
Comuni limitrofi: confina con i seguenti comuni: Apricena, Lesina, San Paolo di Civitate, San Nicandro Garganico.
CAP: 71010
Prefisso: 0882
Codice fiscale: G761
Codice ISTAT: 71040
Nome degli abitanti: Poggioimperialesi


Il Territorio
L'origine di Poggio Imperiale
Piazza Placido Imperiale
L’ORIGINE FEUDALE di Alfonso Chiaromonte

Questa pagina è’ solo un piccolo cenno sull’origine di POGGIO IMPERIALE, perché tutto l'argomento è stato già ampiamente trattato in altre pubblicazioni.
Il feudo di Lesina, all’inizio del XV secolo, fu donato dalla regina Margherita di Durazzo alla Santa Casa dell’Annunziata di Napoli, con l’assenso del figlio Ladislao II, in voto per la recuperata salute e a scomputo dei propri peccati e degli augusti suoi congiunti.
L’assenso fu dato da re Ladislao con diploma del 23 dicembre 1409 in Salerno. La concessione fu formalmente fatta dalla regina con pubblico atto del 6 novembre 1411 da parte del notaio Giovanni Mangrella della predetta città.
La casa dell’Annunziata tenne quel feudo per più di due secoli, fino a quando il suo Banco A.G.P., istituito nel 1580, splendore del regno per le sue vaste ricchezze e per le sue immense opere di pietà, per porre un argine allo strozzinaggio degli ebrei nel 1702 fu dichiarato fallito per sei milioni per cattiva amministrazione e per i continui prelievi di danaro fatti da Filippo IV per spese di guerra. Da quel fallimento ebbero origine lunghe liti e laboriosi compromessi con i molteplici creditori . A causa di tutto questo il feudo con il lago di Lesina fu posto in vendita sub asta nel 1750.
Era stato mandato dal S.R.Consiglio ad apprezzare le entrate del feudo di Lesina il tabulario ing. Donato Gallerano, il quale nel 1729 aveva compilato una dettagliata relazione.
Molto interessante, per la storia della feudalità degli ultimi tempi, fu quel bando d’asta. Esso dimostrò che, mentre in quell’epoca la maggior parte delle Università s’era già affrancata dalle più esose imposte dei rispettivi feudatari ed anche dalle tradizioni feudali, ancora ve n’era qualcuna miseramente stretta nella vecchia rete, come in pieno medioevo. Lesina fu tra queste e fu messa in vendita, come oggetto, posto sul banco del mercato.
In tale vendita il feudo fu definitivamente aggiudicato il 13 marzo 1751 al principe di S. Angelo, Placido Imperiale, per ducati 104,201.
Lesina, dunque, quando era divenuta feudo di Placido Imperiale, era molto intristita. Il nuovo feudatario volle meglio coltivare quella larga distesa di terreni ed allontanare i suoi dipendenti da quel luogo malsano e nocivo. Egli pensò di istituire una colonia in un posto dove l’aria era più salubre. Scelse a tale scopo una collinetta vicino al lago.
Successivamente pensò di fondare una gran fattoria o masseria, con tutte le comodità necessarie alla vita per trasformare quei terreni incolti e boscosi in fertili e adatti allo sviluppo dell’agricoltura. In questo modo sottrasse anche i propri dipendenti dai tristi effetti della mefitica aria che si respirava in Lesina e dai pestilenziali miasmi emananti dal pantanoso lago che la circonda .
Ordinò quindi di costruire una gran masseria per uso di abitazione e per riparare e conservare le derrate ricavate dalla semina.
La collinetta prescelta è a circa due miglia a sud di Lesina ed è situata a 73 metri sopra il livello del mare, circondata da folti boschi.
Qualcuno fa risalire la fondazione di Poggio Imperiale all’anno 1759 (Cfr. documento del vescovo Foschi). Altri fanno risalire la fondazione al 1760, quando Placido Imperiale fece emanare un bando e fece affiggere per il regno e fuori avvisi, promettendo a chi volesse stabilirsi nella nuova terra parecchi privilegi. Altri ancora fanno risalire la fondazione di Poggio Imperiale all’anno 1761, quando avvenne la celebre stipula tra Placido Imperiale e il re Ferdinando IV, il cui testo, che si conservava nell’archivio comunale di Poggio Imperiale, è il seguente:”CONTRACTATIO INTER EXCELLENTISSIMUM DOMINUM PRINCIPEM SANCTI ANGELI, ET PATRES FAMILIAS ALBANENTIUM, DECIMO OCTAVO JANUARI ANNI DOMINI 1761”. (Cfr. Discorso di Nicola Chiaromonte del 1886, in occasione dell’inaugurazione del busto di Placido Imperiale).
Verso l’anno 1760, proprio in quel luogo Placido Imperiale costruì molte case coperte di paglia e tavole ad uso d'abitazione dei coloni e per ricovero degli animali.
Con questo sistema ebbe inizio il primo esperimento di riforma fondiaria, che successivamente sarà completato a cura della regia corte .
Placido Imperiale subito dopo fece costruire una palazzina per abitazione del suo amministratore Rocco Capozzi, e per dimorarvi egli stesso nei periodi in cui visitava la sua nuova terra .
Nello stesso anno Placido Imperiale visitò questo feudo e soprattutto la fattoria. I coloni, che qui prestavano la loro opera, erano famigli del principe, i quali, trasferitisi dalle altre terre del suo gran possedimento, si prodigavano alla coltivazione di quei fertili terreni.
La fattoria, da poco fondata, progrediva a vista, circondata dalla sua ridente pastura, incantata dalla bellezza del luogo.
Era diventata la zona favorita di Placido Imperiale, che, dalla collinetta sulla quale era sorta (Poggio) e dal suo nobile casato (Imperiale), chiamò POGGIO IMPERIALE.
Placido Imperiale, dopo la sua visita del 1760, fece emanare un bando e fece affiggere avvisi per il regno e fuori, promettendo a chiunque volesse stabilirsi nella nuova terra i seguenti privilegi:
1 - Ricovero ed alloggi gratuiti.
2 - Una quantità di grano per il vitto e per la semina.
3 - Un’estensione di terreni per la semina, per ortaggi e vigne senza pagamento.
4 - Diversi animali per i lavori campestri e per l’industria.
5 - Diritto di legname e di pascolo nelle terre del principe.
6 - Un medico e cappellano.
7 - Diritto di portare armi ed immunità ed altri ancora.

I primi a rispondere all’appello nel 1761 furono 18 famiglie albanesi, seguite nello stesso anno da altre 17, complessivamente 35 famiglie, per un totale di 174 persone.
Queste famiglie, oltre all’esenzione dell’imposta focatica, ricevettero tanti altri benefici e privilegi da parte di Placido Imperiale, com' è riportato nella seguente scrittura:
“ Primieramente detto ecc.mo signor Principe D. Placido promette di dare alle suddette famiglie Albanesi tomoli 30 di grano per ciascuno mese dal giorno che arriveranno in detto luogo di Poggio Imperiale sino alla raccolta dell’anno 1762; di più promette darli paia sette di bovi; terre per orti per anni quattro senza pagare; che possano portare armi non proibite nelle Regie Prammatiche; che li sbirri non li diano molestia; case franche per cinque anni; territori franchi per tre anni; le legne franche sempre alla riserba delle Difese proibite; il pascolo franco sempre nelli territori dell’Università; le vigne franche sempre nelli territori dell’Università; per ogni famiglia si assegnano due pecore, e due capre, e dei somari in comune per tutte le famiglie e dette pecore e capre e somari ce li concede detto ecc.mo Principe gratis, e senza pagamento alcuno; ed all’incontro detti capi di famiglie albanesi in solidum promettono e si obbligano il grano di sopra mentovato e le sopradette paia sette di bovi, ed ogni altra spesa che facesse per loro detto ecc.mo signor Principe, pagarli al medesimo fra anni quattro ecc...”
Era, inoltre, convenuto che volendo quelle famiglie albanesi abbandonare la fattoria, avrebbero dovuto restituire al Principe tutto quello che avevano da lui ricevuto, “ animali, franchigie di affitto di case, di affitto di territori, di pascolo, e di qualunque altra cosa”.
Attratte dalle franchigie ottenute dai primi abitanti, altri albanesi vennero in Poggio Imperiale fra il 1762 e il 1769, portandosi con sé due sacerdoti di rito greco: Simone Bubici e Stefano Teodoro. A costoro come agli altri che successivamente immigrarono, Placido Imperiale concesse tutti i vantaggi goduti dai primi venuti, quantunque nessun atto è stato possibile trovare, salvo quello di notorietà tra il sindaco di Lesina Primiano Colozzi e il giudice di pace del Circondario di San Paolo per la stesura di un documento a favore di Nicola Bubici nativo di Scutari, del fu Simone .
In conseguenza di una gelata caduta nel 1762 e dal cattivo raccolto degli anni successivi, nel 1764 si soffrì una terribile carestia. Un tomolo di grano arrivò fino a quattro ducati e più, prezzo molto elevato per quei tempi.
Il 1764 fu definito “l’anno della fame” e la situazione agricola locale, come pure quella della Capitanata e di tutto il regno di Napoli, rappresentò un periodo d'incertezze e di gravi difficoltà.
Quasi tutti gli albanesi, in quello stesso anno, emigrarono da Poggio Imperiale, prendendo la via di Roma. Rimasero nel nuovo villaggio Simone Bubici con la moglie e cinque figli maschi, Giuseppe Teodoro con tre figli maschi e tre femmine e Giovanni Bubici con la moglie e la madre.
Nei latifondi della Capitanata c’erano rarissime masserie sperdute nella pianura immensa, deserta e nuda, o in un mare grigio e triste di viti e di ulivi, a grandissima distanza tra loro, a chilometri dal più vicino centro abitato, fuori del mondo. Si trovavano sempre sette o otto persone che si andavano a chiudere in quelle tombe, ove trascinavano un’esistenza bestiale, da servi della gleba, molte volte senza avere altra funzione che quella di custodi. Alcuni proprietari avevano tentato di mettere nelle loro lontane masserie qualche decina di abitanti in più, in condizioni sempre di salariati, o di trapiantare nelle nostre campagne contadini provenienti dalle province più impensabili del regno. Alcuni non si adattarono al nostro clima, alle nostre colture, alla malaria e lasciarono la campagna, preferendo vivere in città, dove esistevano almeno i rapporti umani e si poteva socializzare con il resto della popolazione.
Altre famiglie vi presero dimora nel periodo che andava dal 1762 al 1764.
Da Barletta vennero le famiglie Mauricchi di Scutari e Giovanni Spencer. Altri immigrati giunsero da diverse parti, dopo gli albanesi.
Nel 1764, altre 24 famiglie giunsero nel villaggio. Queste, quasi tutte provenivano dalla provincia di Benevento e precisamente dai comuni di Reino, la quasi totalità, e di San Marco dei Cavoti. Due famiglie giunsero dalla provincia di Avellino ed altre dalle province di Foggia, Catanzaro e Cosenza. Successivamente da Reino giunsero altre famiglie, e, quantunque sembra che non stabilì nessuna capitolazione con Placido Imperiale, ebbero anch’essi aiuti e franchigie.
Alcune di queste famiglie sopravvivono, altre si sono estinte o trasferite in altri luoghi. Nonostante tante famiglie avessero abbandonato il villaggio, Placido Imperiale governava con mitezza e incoraggiava i coloni.
Aumentava la produzione e s'istituivano nuovi alloggi, si convertivano immensi tratti di boschi e di pascoli in terreni coltivabili ed il Principe diffondeva soprattutto il benessere fra tutti i suoi coloni .
Che cosa era successo? Si era radicata nella mente dei coloni una sconsiderata corsa a dissodare la terra, a coltivare e seminare i terreni, perché il mercato favorevole per il grano ed il forte aumento dei prezzi dei cereali in tutta la provincia spingeva i coltivatori alla semina d'immense estensioni di terreni incolti disponibili. I coloni riuscirono così ad accrescere la produzione e ad aumentare il reddito sia familiare sia provinciale.
Bisognava provvedere alla conservazione del prodotto in luoghi asciutti e sicuri ed anche per tenere lontano topi, calandra granaria ed altri parassiti, che in pochissimo tempo avrebbero potuto distruggere tutto il raccolto.
In molti centri grandi e piccoli della Capitanata esistevano o si andavano costruendo nel sottosuolo grandi depositi per la conservazione dei cereali, le fosse, simili a quelle del passato, di cui si hanno notizie o testimonianze archeologiche per l’importanza che ebbero fin dall’antichità .
Esse erano scavate nei terreni argillosi della nostra provincia. Avevano dimensioni diverse, che variavano da metri 4,5 – 5 ad un massimo di 10 in profondità e da 3 a 7 metri in ampiezza.
Poggio Imperiale, che fin dalla sua fondazione aveva avuto sempre gente dedita all’agricoltura ed alla pastorizia, non fu da meno agli altri comuni della Capitanata. Ebbe ben 37 fosse granarie. Alcune appartenenti a Placido Imperiale ed ai suoi eredi, altre a cittadini benestanti del Comune: i massari di campo. 27 fosse erano ubicate nella piazza Imperiale, 5 all’inizio della strada di Via De Cicco e 5 all’inizio di Via Palazzina e Via Focarete .
Un numero così elevato di fosse esistenti nel piccolo centro dauno, fa ben pensare quale fosse stata la principale attività economica praticata nel comune.






La Storia
POGGIO IMPERIALE o TERRANOVA di Alfonso Chiaromonte
La Chiesa del S. Cuore di Gesù
Palazzo De Cicco
Poggio Imperiale, questo giovinetto, nato tra gli ultimi comuni nella provincia di Foggia circa due secoli e mezzo fa, desta particolare simpatia. Questo borgo rurale, voluto da Placido Imperiale, sorge su uno spazioso colle a 4 Km. dal lago di Lesina.
“Terra nova” lo chiamavano i contadini garganici. “Terra”, nell’antica parlata fiorentina, significa non la campagna, ma il centro abitato.
Dopo una settimana di lavoro in campagna, i contadini, la sera del sabato, così dicevano: “Domani andiamo alla Terra”, quasi quasi volessero dire, domani andiamo in paese per fare compere ed assolvere anche qualche altro compito. Al sostantivo "Terra" si è subito unito l’aggettivo "Nova", per indicare proprio quel luogo particolare, fondato dal principe Placido Imperiale e non un altro borgo qualsiasi. “Andiamo alla Terra Nova”, in pratica andiamo alla Terra del principe Placido Imperiale.
“Egli, infatti, scrive L. Targioni, ha mutato diversi suoi feudi, che possiede nel Principato Ultra e in Capitanata, dal tristo aspetto al più favorevole, che immaginar si possa; vedendosi il tutto posto a profitto, o a maggior aumento, a segno che siccome la loro ereditata rendita era di annui ducati quindicimila, oggi giugne a ducati sessantamila.
Della terra fa ammirare il lodato Principe, utili e leggiadri i piani, le valli, i monti e fino alle nude arene del mare, poiché le vaste campagne in generale, da nocivi spineti, e da sterili macchie e cespugli, ingombrando il suolo agreste le fiere, e i velenosi animali, veggonsi oggidì tutte sboscate, svelte le radici di quelli, e sviscerata la terra per estirpare ogni nociva barba antica. Trovansi essiccate da quelle campagne le perniciose acque per mezzo di fossi e canali, non che mercé le macchine idrauliche, assai più da se stesso escogitate, che dall’arte insegnate per disporre, e regolare di quelle il necessario pendio. Ridotte in sì feconda disposizione ed attitudine le campagne, le valli e i monti…”
Il ceto numeroso era quello dei contadini e dei braccianti.
Il contadino, nella società dell’epoca, non era tenuto in gran considerazione, perché doveva occuparsi solo del duro e perpetuo lavoro dei campi, ricompensato con una paga che non era sufficiente nemmeno al suo sostentamento. Un tempo aveva facoltà di raccogliere legna nei boschi e dagli alberi che erano abbattuti, così, con la legna raccolta, poteva riscaldarsi e servirsene per i tanti bisogni. Poteva raccogliere le stoppie e spigolare nelle terre seminate a grano, far pascolare qualche gregge nelle terre abbandonate.
Ma non fu così per la “Terra Nova” del Principe, perché quasi tutti gli abitanti erano dediti all’agricoltura e anche le donne seguivano gli uomini nei lavori campestri.
La “masseria” di Placido Imperiale, la “Terra” del principe, possedeva anche dei casamenti, “situati alla strada detta Albanese, i quali casamenti contenevano due ordini di sottani, ossia bassi, uno verso la detta strada e l’altro corrispondente nella strada opposta al lato Oriente, che dicesi la Palazzina, con essere al tempo della costruzione scompartiti in quindici stalloni, ogni uno dei quali oggi trovasi ridotto a due sottani, cioè numero quindici componenti ogni ordine. Ciascun sottano tiene porta d’ingresso con chiusura ad un pezzo, l’atrio sfossato, e covertura di una quinta di tetto, finestrino a lume a verso la strada, comodo di focolaio con la cappa, e vano sporgente all’atrio sottano nel sito opposto”.
La stragrande maggioranza della popolazione, quindi, era composta di braccianti agricoli al servizio dei padroni. Questi, in numero limitato, conducevano, in proprio, aziende agricole più o meno vaste, disseminate nell’agro paesano e limitrofo. La gente, quindi, era costretta a vivere in campagna nelle masserie. Le colture nella quasi totalità erano limitate: grano nella quasi totalità, ulivi in misura ridotta, avena, legumi e ortaggi, rispettivamente per quanto occorreva alle aziende o per abbondanza di famiglia. Qualche ortolano assisteva il proprio campicello e collocava i suoi prodotti solo su commissioni.
Incontrastati e sovrastanti apparivano i “padroni”. Erano pochi. Dieci o dodici in tutto. Conducevano terreni di proprietà o in affitto in zone coltivate e molto estese. Gareggiavano con diligenza nella conduzione delle loro colture, nell’allevamento del bestiame. Essi costituivano la parte basilare della vita paesana e ne assumevano la regolamentazione con più o meno vantaggi. Si distinguevano dagli agrari, con i quali stabilivano rapporti di sudditanza se conducevano terreni di loro proprietà, di rispettoso ossequio anche se i loro rapporti erano d’indipendenza, perché gli agrari vivevano nelle città con le rendite terriere e rare volte si trasferivano tra i loro coloni, perché i rapporti di scrittura erano regolati dagli amministratori. Succedeva, così, che i coloni non conoscevano i loro padroni, gli agrari.
La semina del grano, come già detto prima, occupava il primo posto dell’agricoltura, perché si sfruttava molto la fertilità del terreno. La semina di tale prodotto avveniva soprattutto nelle grandi masserie, dove c’era bisogno di molta mano d’opera. Difficilmente si trovava gente del luogo disponibile a vivere in campagna. Era necessario, perciò, ricorrere ad operai d'altre province. Venivano gli aratori dall’Abruzzo, i mietitori e i battitori dalla Peucezia, dalla Basilicata, dai due Principati. Si consolidava così una presenza costante di lavoratori, che in certi periodi dell’anno s’incontravano sempre nello stesso luogo. E’ facile supporre che alcuni di loro prendevano stabile dimora, altri ritornavano alle loro abitazioni per incontrarsi nuovamente l’anno successivo.
Queste persone, dopo una settimana di duro lavoro nei campi, quasi segregati dal resto del mondo, sentivano la necessità di andare alla “Terra”, alla “Terra nova”, perché solo lì ci sarebbe stato un momento di relax, di distrazione, ma soprattutto ci sarebbe stata l’occasione d’incontrare gente nuova, di poter andare in cantina (i venditori di vino erano all’epoca Rubici Simone e Lamborda Giuseppe) a bere con gli amici, di vivere qualche momento diverso. Andiamo alla “Terra”, si sentiva dire spesso. Quest’appellativo rimase sempre come un augurio ed un momento di svago per chi trascorreva la maggior parte del tempo a coltivare la dura terra.
Nel dare il nome alle strade, i compaesani non si dimenticarono di ricordare Terranova. Il nome assegnato ad una strada esiste tuttora: Vico Terranova. È una stradina che taglia Via De Cicco e l’antico Vico Gelso, come si può notare dalla foto.
Il villaggio di Poggio Imperiale, detto allora “Terranova” per la sua recente fondazione, agli effetti amministrativi faceva parte della comunità di Lesina.
Con la soppressione dei feudi e l’accantonamento dei demani, alla città di Lesina fu dato in proprietà la terza parte del lago e circa 150 versure dell’adiacente Bosco Isola. Una metà del quale fu dato poi con altre terre al villaggio di Poggio Imperiale, i cui abitanti furono considerati nella spartizione dei demani, come appartenenti all’università di Lesina.
La separazione del villaggio di Poggio Imperiale dal comune di Lesina fu sempre pilotata dagli intendenti di Capitanata, che si avvicendarono negli anni, sollecitati dal ministro degli interni, fratello di Biase Zurlo, ripartitore demaniale, che ha sempre tenuto in gran considerazione la popolazione di Poggio Imperiale.
I cittadini di Poggio Imperiale furono riconoscenti a Biase Zurlo e a lui intitolarono una strada, che ancora oggi porta il suo nome.
Il 1° gennaio del 1816 Poggio Imperiale divenne ufficialmente Comune autonomo con una propria amministrazione ed un proprio decurionato.
Il decreto dell’avvenuta separazione del comune di Poggio Imperiale dal comune di Lesina fu emanato con qualche anno di ritardo e precisamente il 19 novembre 1817, con il seguente testo:
“sulla proposizione del nostro Consigliere Segretario di Stato Ministro degli affari interni, abbiamo risoluto di decretare e decretiamo quanto segue:
Art. 1 – Il Comune di Poggio Imperiale in provincia di Capitanata e quello di San Nicola-Manfredi in Provincia Ultra (cui sono aggregati Santa Maria-Intrisone, Santa Maria a Taro, Monterocchetta, Pagliara e Foccanisi) i quali nella legge del 10 maggio 1816 sono stati notati come riuniti, il primo a Lesina ed il secondo a San Martino A.G.P., continueranno ad essere comuni separati come lo sono stati finora;
Art. 2 – I nostri Ministri e Segretari di Stato sono incaricati dell’esecuzione del presente decreto.
Firmato: FERDINANDO”


Il soprannome “Terra nova” non fu facilmente cancellato con il trascorrere degli anni dai ricordi e dalla mente dei cittadini, i quali, ancora oggi, con più insistenza sono orgogliosi di chiamarsi "tarnuìse", che è un modo più dialettale della parola "terranovesi". Nei documenti ufficiali esiste Poggio Imperiale, ma nella tradizione orale si dice ancora Terranova e terranovesi si chiamano i suoi abitanti. Questo soprannome fu volgarizzato in “Tarranòve”, tanto che ancora oggi i cittadini sono detti “Tarnuìse”. Resta ancora noto il famoso detto dialettale, quando si scimmiottavano poggioimperialesi e lesinesi: “Tarnuìse k’u’ cule appise e lesenàre k’u cule a panàre”.
Questo appellativo “Terra” più l’aggettivo “Nova” si legge anche in un documento del 1794 dove una cittadina di Poggio Imperiale lamentava al governatore del Principe l’abuso subito da un fattore di Domenico Maria Cimaglia per non aver mai pagato l’acquisto di pane e vino fatto per gli operai che lavoravano quel podere: “La vedova Vincenza Raimondo di Terranova…”.
Negli scrittori della terra garganica si legge spesso il termine “Terranova”. Giuseppe De Leonardis, infatti, scrive: “Tiepide sono le acque di Poggio Imperiale o Terranova e quelle del Caudolo, che scaturiscono presso la chiesetta rurale di S. Lazzario; sono dette così, perché sono calde due gradi più dell’atmosfera, sparse di sale d'Epson”.


Folklore, Cultura e Tradizioni
Tela di San Placido M.
Quadro di San Placido M.
Festa di S. Placido M.
La Piazza illuminata
Un momento della processione
Questa tela, donata alla popolazione di Poggio Imperiale dal principe fondatore del paese, è opera del pittore napoletano Francesco De Mura I° metà sec. XVIII, restaurata nell'anno 1998 dalla soprintendenza ai beni culturali con il contributo della popolazione.
La soprintendenza ai beni culturali, in fase di restauro, dopo indagini iconografiche fatte sulla tela, l'ha giudicata di inestimabile valore artistico. Ha inserito il dipinto nella cerchia demuriana.
La tela raffigura San Placido in ginocchio, che prega la Madonna con Gesù Bambino in braccio, mentre, dal basso, un putto gli offre un ostensorio.
Sul quadro, a destra, verso il basso si osserva anche lo stemma della casa principesca: un'aquila rampante con una corona. Tale stemma fu, poi, adottato come proprio dal comune di Poggio Imperiale.

La festa di San Placido M.
La festa del Santo Patrono S. Placido e del Compatrono S. Michele svolge una funzione sociale, oltre che religiosa. Contribuisce a tenere desta un'intera popolazione, le donne in modo particolare, per le quali la festa ecclesiastica è il movente che le spinge ad uscire di casa.
Per l'occasione la chiesa parrocchiale è rivestita all'nterno con decorazioni e panni colorati.
La festa ha inizio il 5 di ottobre. Al triduo di preparazione i poggioimperialesi partecipano in massa alla funzione serale, per dimostrare un particolare attaccamento a San Placido.
Durante il triduo e nel giorno della sua festa, il 5 ottobre, durante la processione, si prega e s'inneggia al Santo con l'inno a Lui dedicato.

Monumenti, Luoghi e Itinerari
Il Santuario di S. Nazario M.
Cappella - Santuario di S. Nazario M.
Il modo più semplice per arrivare alla Cappella Santuario di San Nazario M. è prenderre la A14 ed uscire poi al casello Poggio Imperiale - Lesina.
Una volta fuori dell'autostrada, ci si trova in una rotonda che si percorre a metà e poi, seguendo le indicazioni, ci s'immette nella super strada a scorrimento veloce del Gargano. Dalla rotonda al Santuario sono circa 7 Km.
Alle pendici dei monti garganici, di fronte al lago e al mare, sul confine di quattro comuni: Lesina, Poggio Imperiale, Apricena e Sannicandro Garganico, sorge l'antico romitaggio dedicato al martire San Nazario.
La cappella rurale del Santo è nel "tenimento di Lesina" e la sua origine risale, forse, al 1050, anno in cui Petronio, conte di Lesina, edificò nei suoi feudi il celebre monastero dedicato a San Giovanni Battista. (Mario Fiore in Profilo storico del Santuario di San Nazario M., Foggia, 1970, p. 58, sostiene che la fondazione della Cappella rurale sia avvenuta in un periodo successivo e precisamente dal 1077 al 1221).
Questo Santuario è in un progetto di rinnovamento e trasformazione per consentire al turista visitatore di trovare tutte quelle condizioni necessarie a sostare e rendere quel luogo una quiete spirituale e fisica, un ristoro d'anima e di corpo e poi proseguire lungo il tragitto che s'inserisce negli itinerari del turismo mistico del Gargano

LA CHIESA DEL SS. CUORE DI GESU'
Chiesa del S. Cuore
La Chiesa del Cuore di Gesù fu voluta e fatta costruire dalla congregazione del SS. Cuore di Gesù, nata nel 1828 a scopo religioso filantropico. Fu edificata in fondo al paese nella parte Nord-Est sulla strada per Lesina, di fronte e ben visibile dalla Chiesa Madre di San Placido M. Fu consacrata e aperta al pubblico nel 1838. Seguì le sorti della congregazione, che fu attiva fino al 1940 e che subito dopo la seconda guerra mondiale tentò invano di riorganizzarsi. Aveva organizzazione e amministrazione autonoma e si reggeva con i fondi della congregazione. Fin dal 1832, prima ancora di essere consacrata, la Chiesa ebbe un cappellano, don Luigi De Cicco, e, quando per un certo periodo, ne fu privata, fu retta da un Priore. L'ultimo Priore fu Giuseppe Covino. Nel 1965 fu fatta restaurare dal parroco don Giovanni Giuliani senior, il quale acquistò e rese funzionali alcuni locali adiacenti. Fino al 1965, anno della restaurazione, si poteva ammirare sulla volta un affresco del Cuore di Gesù. Conserva la sua primitiva facciata e il campanile. Ha la pianta rettangolare con due absidi laterali e uno dietro l'altare.



Enogastronomia, Ricette e Prodotti tipici
LA CUCINA E I PRODOTTI TIPICI
La cucina è quella schietta e pastorale, quasi rude all’inizio come tutte le cucine primitive. S’arricchisce poi della preziosità degli aromi, così abbondanti nelle campagne: il profumo della menta e dell’origano, del finocchietto selvatico, della rucola, del rosmarino.
Descrivere le tradizioni gastronomiche di questa terra è come svelare un pizzico della sua essenza. Avvicinarsi a questa cucina è come sentire a tavola il gusto del passato, del semplice, ma soprattutto del genuino. S’impiegano solo prodotti freschi che la terra e il mare forniscono. Naturalmente non manca l’ottimo vino locale.
Le preparazioni tipiche sono tante e provengono essenzialmente da usanze contadine, povere, naturali.
La cucina è impostata su cinque elementi: i farinacei, l’olio d’oliva, i vegetali freschi e secchi, la carne, il pesce. Il pane viene confezionato tuttora in pagnotte, che raggiungono anche i due chili. Peperoni, melanzane, carciofini sott’olio, lampascioni, funghi accompagnano con le bruschette i secondi di carne e di pesce. Spigole, dentici, orate, triglie (agosinelle), seppie, calamari, sgombri, alici, anguile e frutti di mare, appena pescati, vengono cucinati con cura e semplicità antica. Agnello, capretto, maiale, vitello, torcinelli sono cucinati sulla brace, al forno e al sugo. La tavola è arricchita da piatti rustici: acquasata di pomodori affettati con pane bagnato, olio, sale e origano; focacce con pomodori e con patate o con cipolle; pizza e panzerotti con ricotta. Mozzarelle, provoline, scamorze, trecce, ricotta, provolone, caciocavallo, pecorino sono preparati con latte di pecora, vacca e bufala. Arance e limoni, uva, pere, mele cotogne, melograni, fichi d’india, fichi… accompagnano la tavola in tutte le stagioni.


Sport, Divertimento e Tempo libero
Come occupare il tempo libero
La Spiaggia verso Pietr nere
Le pietre nere
Torre Fortore
Un campo sportivo ben attrezato, gestito dalla Pro Loco, che consente ai giovani di svolgere varie attività sportive.
La vicina Lesina Marina, che offre per la sosta estiva, un soggiorno in un incantevole isola di spiaggia dorata, con l'azzurro del cielo e del mare.
Un luogo di richiamo per gli amanti della pesca e della caccia.
La lunga fascia costiera, che forma l’ampia spiaggia circondata da fitta vegetazione, inizia dalla foce del fiume Fortore, continua per un lungo tratto di costa fino a Punta Pietre Nere ed è interrotta dal canale Acquarotta. Riprende, poi, per un lungo tratto, e giunge alla Torre Scampamorte dov’era la foce del canale S. Andrea, oggi interrata. Prosegue ancora per un tratto fino alla foce del canale Schiapparo e termina subito dopo a Torre Mileto. Questa fascia rappresenta una vasta zona di pregio naturalistico e ornitologico, comprende, infatti, un ambiente umido e molto adatto alla sosta ed al rifugio di numerosi uccelli migratori. Lungo la duna, chiamata anche BOSCO ISOLA, si conserva una vegetazione lussureggiante, simile a quella di tutto il Gargano, dove vegetano querce, elci, cerase, corbezzoli, pino d’Aleppo, l’olivastro, il lauro, il lentisco, il mirto, il ginepro, il rosmarino, le mortelle ed offre buon pascolo ai bovini, ai bufali, ai cavalli e alle capre.
“Vi è un superbo bosco tra il lago e il mare” scriveva Ferdinando IV di Borbone.
Parte di quell'antico mondo vegetale è presente lungo l’Isola, la lingua di terra che separa la laguna dal mare.
Quest’ambiente è unico a livello nazionale, perché comprende un’estensione di macchia mediterranea con piante tipiche molto rare come il Cisto di Clusio.
Proprio percorrendo questa striscia boscosa ricca di fitta vegetazione, che unisce il verde degli alberi all’azzurro del cielo e alla limpidezza del mare, solcato da granelli di sabbia dorata, si svolge un itinerario per rappresentare il teatro di civiltà scomparse.
“… in questi mille ettari di paradiso, per quattordici chilometri di arenile intatto, scrive Fulco Pratesi, il tempo pare si sia fermato.”
Nonostante a tratti, lungo il percorso, si notano baracche a Torre Mileto e alcune palazzine multipiani e residences presso la Torre Fortore, dovute ad una sempre crescente speculazione edilizia, non sono scomparse le vestigia del passato. Ancora oggi, esse rappresentano l’importanza che ebbero in questa costa dell’Adriatico, che le conserva, anche se rovinate dal tempo.
L’itinerario inizia dalla foce del Fortore fino a Torre Mileto. Partendo dalla foce, si procede attraverso il bosco, rasentando la spiaggia, dove s’intrecciano sentieri di terra battuta. Si giunge alla Torre Fortore importante per gli avvenimenti che hanno caratterizzato un periodo di storia del nostro territorio. La sua origine risale al 1485, quando il re Ferdinando d’Aragona conferiva a Riccardo d’Orefice la facoltà di costruire una torre a difesa del porto e della spiaggia del Fortore.
Il percorso continua attraverso l’abitato di Marina di Lesina, fino ad arrivare alla Punta delle Pietre Nere, dove sono presenti le uniche e più antiche rocce della Puglia risalenti al triassico. Si costeggiano le paludi, habitat naturale della gallinella d’acqua e il porciglione, fino ad arrivare davanti la Torre Scampamorte, risalente all’epoca del viceregno spagnolo, secolo XVI. S’imbocca il sentiero che, attraverso una superba macchia di rosmarino, lentischi, corbezzoli e ginepri, porta alla foce Schiapparo. Dopo un lungo tratto di spiaggia, costellata da case abusive e locali variopinti, aperti solo due mesi l’anno, attraverso l’abitato di Torre Mileto, si giunge alla Torre.


Eventi e Appuntamenti
FESTE E APPUNTAMENTI
Il carnevale Terranovese
Il Carnevale Terranovese
Palio Dama vivente
Santo Patrono San Placido
Festa Patronale 5 ottobre

La festa del Santo patrono è molto caratteristica, perché si svolge con i primi freddi autunnali.
Non mancano complessi bandistici che accompagnano la tradizionale processione per le vie del paese. Molti sono i fuochi d'artificio che s'incendiano al seguito della processione.
La sera in piazza non mancano i caratteristici complessi di musica leggera, che tengono desta la popolazione fino alle ore piccole. La serata poi con si conclude con caratteristici fuochi pirotecnici.
Tra gli appuntamenti più importanti vale la pena la manifestazione della Dama vivente che si svolge verso la fine di luglio o all'inizio del mese di agosto nella piazza Placido Imperiale che ha la scacchiera più grande d'Italia.
Nell'ultima domenica di Carnevale e nel giorno dil martedì grasso si può assistere alla manifestrazione del Carnevale terranovese con sfilata di carri allegorici per le vie del paese, gruppi mascherati che accompagnano i carri, con balli e lanci di coriandoli, distribuzione di prodotti tipici locali. La domenica sera si conclude la manifestazione in piazza con una grande salsicciata, che traduce un noto detto di Poggio Imperiale: tutto finisce a tarallucce e vino. La sera vdel martedì grasso invece si conclude la manifestazione con panini e porchetta.

L’Associazione “PROGETTO 2000” di Poggio Imperiale (FG), nell’ambito delle attività volte alla valorizzazione del territorio, organizza il Palio di Dama vivente abbinato al Torneo di Dama Nazionale e che ha luogo a Poggio Imperiale (FG).
La gara è disputata in Piazza Principe Imperiale.
Durante le due serate sfila per le vie cittadine anche un corteo storico composto dalle squadre partecipanti in costumi d’epoca, dai loro rappresentanti comunali e da gruppi che si esibiscono in spettacoli vari con sbandieratori, musici, mangiafuoco e giocolieri.



Da sapere
Occupazione
Esistono sul territorio del comune 21 attività industriali , Gli addetti sono 175 pari al 41,08% della forza lavoro occupata. Ci sono 51 attività di servizio con 77 addetti pari al 18,08% della forza lavoro occupata.In altre 65 attività di servizio ci sono 108 addetti pari al 25,35% della forza lavoro occupata e, infine, 17 attività amministrative con 66 addetti pari al 15,49% della forza lavoro occupata.


Ubicazione del Comune
Stemma del Comune
Comune di Poggio Imperiale
porta della Puglia e del Gargano
Via Vittorio Veneto, n. 2 - 71010 Poggio Imperiale (FG)
e-mail: comune.poggioimperiale@fgnettuno.it
tel. 0882994090 - fax: 0882999000

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