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Informazioni generali
Il comune di Orosei è, insieme ad altri 51, uno dei comuni della Provincia di Nuoro.
Abitanti: ha una popolazione di circa 6190 abitanti.
Comuni limitrofi: confina con i seguenti comuni: Dorgali, Galtellì, Onifai, Siniscola.
CAP: 08028
Prefisso: 0784
Codice fiscale:
Codice ISTAT: 91063
Nome degli abitanti: Oroseini


Il Territorio
OROSEI
Orosei sorge sulla piana del Cedrino ai piedi del monte Tuttavista, dando il nome all’omonimo golfo situato sulla costa centro-orientale della Sardegna. E’ facilmente raggiungibile tramite l’orientale sarda che la collega al porto Isola Bianca e all’aeroporto Costa Smeralda di Olbia. Il paese, che conta più di 6000 abitanti, conserva ancora molti aspetti affascinanti di architettura rurale, come ad esempio le vecchie case con rustici archi e sottopassaggi, o gli antichi palazzi nobiliari. L’economia, un tempo prevalentemente agricola, oggi è basata sul turismo, infatti, le strutture ricettive sono in grado di soddisfare le svariate esigenze di chi decide di scegliere Orosei come meta delle vacanze. Non mancano occasioni di svago e arricchimento culturale ed eno-gastronomico. Gli abitanti si distinguono per l’ospitalità e l’operosità. L’attività estrattiva, inoltre, ha portato il marmo di Orosei a difendere il marchio italiano nel mondo.

La Storia
OROSEI LA SUA STORIA
Dalle ricerche effettuate dagli studiosi i primi documenti scritti attestanti l’esistenza del paese di Orosei risalgono al periodo compreso fra il 1100 e il 1200. Nel periodo pisano pare che Orosei abbia vissuto le pagine più significative della sua storia grazie alla presenza di un porto abbastanza efficiente gestito da una colonia di mercanti pisani , diretti da un console mercatore, che avevano una loro chiesa (Santa Maria del Mare) e numerosi beni. In questo periodo diventa la sede principale della curia del Giudicato di Gallura ed è dotato di un castello. Risalgono a quest’ epoca la torre di Sant’Antonio, Sa Prejone Vezza, la Parrocchiale di San Giacomo e di San Gavino. Nel 1449 questa zona fu acquistata da Salvatore Guiso che si trasferì, dal castello di Pontes situato a Galtellì, definitivamente a Orosei dando inizio alla costruzione dei famosi palazzi signorili ancora oggi presenti a ben conservati nel centro storico. La zona venne sottoposta a frequenti incursioni nemiche che la saccheggiarono e la distrussero. L’ultima di queste sembra risalire al 1806 quando un esercito di circa mille uomini cercò di assalire il paese di Orosei sorprendendo i suoi abitanti nel sonno. Grazie alla pronta reazione di un cittadino forte e coraggioso, Tomaso Mojolu, che diede l’allarme gridando “ A morte i saraceni’’ gli abitanti uscirono dalle loro case armati e combatterono coraggiosamente fino a quando i nemici non furono costretti a ritirarsi. Tomaso Mojolu diventò un eroe popolare: il suo eroismo e quello della popolazione fu riconosciuto dal re Vittorio Emanuele che ne decantò il coraggio e l’audacia.La provenienza etimologica del vocabolo Orosei è da attribuire agli Aesaronenses (Esaronensi), una delle principali tribù nuragiche - così come vengono tramandate dagli scritti romani - che popolavano la Sardegna e la Corsica. Tolomeo in uno dei suoi scritti nel menzionare una stazione romana la chiamò col nome di Fanum Orisi che poi, sotto il giudicato di Gallura, divenne Urisè.
L’attuale centro urbano di origine romana, fu fondato verso il II d. C. per mano di un generale romano che lo scelse per la posizione strategica. Tuttavia si hanno testimonianze di un’insistente insediamento nuragico nella zona Nurache, distante un centinaio di metri dal nucleo cittadino originario.



Folklore, Cultura e Tradizioni
IL MONDO INCANTATO DI DON NANNI GUISO
A circa 2 km dalla costa, Orosei è posizionato nella valle del fiume Cedrino. Nei 22 km di costa del suo territorio si alternano immense spiaggie Marina di Orosei, Su Barone, Osala, Cala Ginepro, Sas Linnas Siccas, Sa Curcurica,Cala Liberotto.
Il Museo Comunale Don Nanni Guiso, dedicato alla famiglia Guiso e in particolare a Don Giovanni 'Nanni' Guiso, deceduto nel novembre 2006.Orosei sorge sulla piana del Cedrino ai piedi del monte Tuttavista, dando il nome all’omonimo golfo situato sulla costa centro-orientale della Sardegna. E’ facilmente raggiungibile tramite l’orientale sarda che la collega al porto Isola Bianca e all’aeroporto Costa Smeralda di Olbia. Il paese, che conta più di 6000 abitanti, conserva ancora molti aspetti affascinanti di architettura rurale, come ad esempio le vecchie case con rustici archi e sottopassaggi, o gli antichi palazzi nobiliari. L’economia, un tempo prevalentemente agricola, oggi è basata sul turismo, infatti, le strutture ricettive sono in grado di soddisfare le svariate esigenze di chi decide di scegliere Orosei come meta delle vacanze. Non mancano occasioni di svago e arricchimento culturale ed eno-gastronomico. Gli abitanti si distinguono per l’ospitalità e l’operosità. L’attività estrattiva, inoltre, ha portato il marmo di Orosei a difendere il marchio italiano nel mondo. A Orosei, nel centro storico, il museo degli antichi teatrini Palcoscenici in miniatura risalenti al ‘700. Don Nanni Guiso, ultimo nobile delle Baronie, ricordava sempre quel giorno che gli cambiò la vita. «Avevo dieci anni quando, ospiti dei miei, arrivarono alcuni aristocratici austriaci per una battuta di caccia in Sardegna. Mi portarono in dono un prezioso teatrino bianco e oro, di stile neoclassico, con le marionette di porcellana. Erano tutti i personaggi de Il Trovatore , vestiti con abiti sontuosi e biancheria raffinata. Quel giorno, per me, cominciò tutto…». Cominciò la passione del collezionista di palcoscenici lillipuziani che, fino alla morte avvenuta un anno fa, ha raccolto pazientemente i modellini teatrali - i più antichi risalgono al Settecento - scovati in giro per il mondo. Teatrini di legno dipinto, di gesso dorato, di carta incollata su cartone, di ebano intagliato, di ferro laccato. Una raccolta assolutamente unica in Italia (altrove ci sono musei del giocattolo, delle case di bambola, delle marionette, dei burattini), trentasette pezzi in mostra a Orosei, nel palazzo secentesco del Museo Nanni Guiso. Qui, nell’edificio (ristrutturato da Vittorio Gregotti) che fino agli inizi del Novecento ospitava la caserma dei Reali Carabinieri, c’è l’esposizione più fiabesca che un visitatore di musei possa immaginare. Tutto il mondo di don Nanni che, pur essendosi trasferito a Siena - dove aprì lo studio di notaio, si appassionò al restauro di opere d’arte e fu grande mecenate - non dimenticò mai il suo paese. Così, dopo aver donato i soldi per la ristrutturazione della chiesetta pisana di Santa Maria ‘e Mare che stava cadendo a pezzi, l’ultimo aristocratico di Orosei ha fatto un regalo più grande. «Voglio donare tutta la mia collezione - annunciò - perché nasca un museo diverso, di cultura e divertimento». Venne inaugurata nel 2000, la struttura che accoglie l’esposizione. Oltre ai teatri in miniatura, don Guiso donò al Comune i disegni della Scuola Romana (da Mafai a Scipione) e alcuni mobili e dipinti della scuola senese; la raccolta di libri antichi (dalle enciclopedie ottocentesche sulla flora sarda, alle prime edizioni dei romanzi di Grazia Deledda) compresa - pezzo preziosissimo - la Costituzione di Papa Sisto V, Contra sos chi esercitan s’Arte de s’Astrologia . Un testo unico al mondo, risalente al 1587, scritto in lingua sarda in un momento storico in cui la legge imponeva agli ecclesiastici l’uso del latino.Tra le sale più visitate quella dedicata ai costumi d’epoca e agli abiti da sera. Una delle tante fisse estetiche di don Nanni, che imparò ad amare fin da bambino le stoffe preziose e l’armonia dei colori. Negli Anni Trenta, la madre donna Concetta Guiso commissionava ai più grandi costumisti il disegno e la confezione degli abiti di Carnevale per i due figli (uno addirittura finì su Il mondo di Pannunzio, come esempio di gusto fascista); mentre la nonna, donna Antonietta Satta, si serviva dai sarti più affermati. L’intera collezione di alta sartoria sta all’ultimo piano del museo: ci sono i costumi del Carnevale dell’infanzia e l’abito della nonna, seta mauve e viola, passamaneria e fiocchi, moda dell’ultimo ventennio dell’Ottocento, quando sotto il corsetto andava il busto di stecche di balena. Ci sono tre splendidi modelli firmati dalle sorelle Callot, sarte russe con atelier a Parigi, regine dell’Haute Couture in epoca Liberty, che vestirono tra le altre anche l’imperatrice Sissi. E poi, accanto al mantello nero di Rudolf Nureyev - che la notte di San Silvestro del 1980, nella villa L’Apparita di Siena, fu ospite di don Nanni - ci sono gli abiti che il collezionista di Orosei si fece donare dalle sue amiche aristocratiche. C’è un Dior del 1955, piena epoca New Look, in chiffon rouille Horloges, con cinque gonne sovrapposte; uno splendido rosso Valentino; un Gigliola Curiel nero, crepe di seta e organza, e poi mises Capucci, Versace, Schubert, Patou. Una piccola stanza della moda, che ripercorre le evoluzioni del gusto e dell’estetica del vestire femminile fino ai giorni nostri.«I miei teatrini? Li ho voluti donare per i bambini: è a loro che dedico questa collezione», diceva don Nanni Guiso. Erano lo specchio della sua infanzia e poi dell’amore per l’opera e il melodramma. Ricordava sempre il giorno in cui gli amici del padre arrivati da Vienna gli regalarono il primo palcoscenico in miniatura, e raccontava del viaggio a Bruxelles - lui ragazzino, accompagnato dai genitori che assecondavano la sua passione - dove scoprì il Teatro di Toone, «atmosfera paesana, fumosa di pipe e sigari, i muri scrostati, le panche scavate dall’uso e malferme nella minuscola platea, e soprattutto la semplicità e i soli tre fili delle marionette». Cominciò così a cercare e raccogliere, durante i suoi viaggi, i teatrini più preziosi e particolari. Splendido quello veneziano, legno e gesso, risalente alla metà del Settecento, con le marionette in ferro di Pantalone e Colombina che si muovono grazie a un congegno a manovella. E prezioso è, tra tanti pezzi in esposizione, il Reale Teatro dei Poltroni , di fattura fiorentina, prima metà dell’Ottocento, che riproduce il sipario del Teatro Argentina di Roma, distrutto in un rogo, e una scena del Don Carlos di Verdi. C’è poi il teatrino, che arriva dalla Germania, con l’allestimento del salotto di Manon Lescaut: le poltrone dorate, gli argenti di Tiffany, le porcellane cinesi, la stufa in ceramica, le cornici intagliate a mano dagli artigiani della Bottega Bartolozzi e Maioli di Firenze, e il proscenio decorato con una preziosa guarnizione ottocentesca. Trentasette pezzi, alti tra i cinquanta centimetri e il metro, tutti da vedere per conoscere un’arte ormai dimenticata e un mondo - quello della piccola manifattura legata alla riproduzione in scala - che quasi non esiste più. Don Nanni Guiso ha inseguito per tutta la vita il suo mondo incantato e alla fine l'ha voluto raccontare.Il Museo Comunale Don Nanni Guiso, dedicato alla famiglia Guiso e in particolare a Don Giovanni 'Nanni' Guiso, deceduto nel novembre 2006. Ad Orosei sono presenti 17 chiese consacrate, San Giacomo Apostolo (dedicata al patrono del paese, è una delle più belle chiese della Sardegna), Sas Animas, Il Rosario, Santa Madonna del Rimedio, San Giovanni Battista, Sant'Antonio Abate, Sant'Antonio di Padova, e poi altre piccole chiesette, sparse per il vasto centro storico e territorio .Orosei ha una storia ricca e le manifestazioni seguono spesso un profilo in cui il carattere religioso viene integrato dagli aspetti profani della festa, senza mai distaccarsi dalle profonde radici immerse nella tradizione.
Feste e Sagre
16-17 gennaio: Sant'Antonio Abate
FESTA DI SANT' ANTONIO ABATE
E’ una delle feste in cui maggiormente si avverte una forte carica sociale e rituale. A partire dal mattino dell’Epifania gli abitanti del paese provvedono alla raccolta di legna che ammucchiano all’interno del vasto cortile di Sant'Antonio dove, accanto alla torre, è stato in precedenza piantato un alto palo di cipresso, su pirone. Il pomeriggio del 16 gennaio, vigilia della festa liturgica, l’imponente catasta di legna, col vertice sormontato da una grande croce d’arance, viene benedetta dal sacerdote preceduto dal simulacro del Santo e accesa in più punti. La folla che segue la cerimonia compie intorno al falò i tre giri rituali, mentre, sfidando le alte fiamme, un gruppo di ragazzi si avventura alla conquista delle arance della croce. Nel mentre, il comitato distribuisce vino, caffè e soprattutto i dolci tipici di questa festa: su pistiddhu e su pane nieddhu. Contemporaneamente si accendono nei rioni del paese altri falò di forma simile, ma di dimensioni più ridotte.
Dalla direzione del fumo si traevano auspici per l’annata agraria, mentre le ceneri venivano raccolte a scopo terapeutico contro le malattie addominali dei bambini.
Riti della Settimana Santa
I riti della Settimana Santa conservano ancora oggi elementi suggestivi che mettono ben in risalto la religiosità popolare, interprete, talvolta in maniera originale e autonoma, dei misteri principali della religione cattolica. Non è facile capire, da semplice spettatore, la complicata dialettica che si instaura tra le tre confraternite: insegne, simulacri, canti, posizione assunta nelle processioni non sono casuali, ma rispondono a un preciso cerimoniale tramandato a voce da secoli.
Le cerimonie più spettacolari si hanno in tre processioni, che prendono il nome da sos sepurcros, su brossoin, s’incontru e che si svolgono rispettivamente il giovedi, il venerdi e la mattina di pasqua.
La drammaticità degli avvenimenti raccontati viene sottolineata momento per momento dal canto melanconico dei gosos (specie di inni sacri in lingua sarda), eseguito dal coro dei confratelli, mentre la gioia per la resurrezione esplode, al momento de s’incontru, con le salve di fucile. Stessa funzione si coglie nell’abito tradizionale delle consorelle: gonna e corsetto neri in segno di lutto, e gonna marrone e corsetto in velluto verde e viola o cremisi in segno di festa.
14 aprile: Santa Lucia
Prende nome da una delle chiese rurali più cara alla tradizione degli oroseini, che viene celebrata due volte all’anno, il 13 dicembre e prima domenica dopo Pasqua. Si tratta di una festa campestre con canti e musica folk. Alla statua di Santa Lucia vengono offerti dolci tradizionali preparati per l'occasione e i cosiddetti “occhi di Santa Lucia", opercoli di una conchiglia utilizzati, soprattutto nel Nuorese, come amuleti.
15 maggio: Sant’Isidoro
E una processione molto semplice che si fa il 15 maggio (o la domenica più prossima) in onore di Sant’Isidoro agricoltore, la cui statua si trova nella chiesa delle Grazie. Dalla mattina presto gli agricoltori, addobbano con ogni genere di fiori i loro carri, ai quali aggiogheranno i buoi, egualmente inghirlandati e aventi al collo una o più campanelline. Al centro del giogo non mancherà mai un mazzo di spighe, appositamente scelte e conservate dall’anno precedente. Verso le 10,30 i carri, carichi di ragazzi in costume tradizionale, convergono tutti nello spiazzo della chiesa delle Grazie da dove partirà la processione che, trasporta naturalmente il simulacro del santo.
Ultima domenica di maggio: Santa Maria 'e mare
Si celebra l’ultima domenica di maggio con una processione che parte dalla chiesa di San Giacomo. Arrivati al ponte sul Cedrino, dove attende un gran numero di curiosi, la statua della santa, il sacerdote, le confraternite prendono posto sulle barche infiorate del pescatori. Le barche, in testa quella della santa, si dispongono in lunga fila e, scivolando lungo il fiume, raggiungono la chiesetta presso la foce. Intanto il resto del corteo accompagna a piedi lungo l’argine le barche. Quella della santa per prima toccherà terra, salutata dal lungo applauso della folla.
25 luglio: San Giacomo
FESTA DI SAN GIACOMO APOSTOLO
San Giacomo Apostolo, il patrono di Orosei, si festeggia il 25 luglio con una processione religiosa accompagnata da manifestazioni quali spettacoli folcloristici, giochi, fuochi d’artificio
8 settembre: Nostra Signora del Rimedio
E’ la festa più lunga (18 giorni); entro la cornice del celebre santuario mariano, sacro e profano si armonizzano perfettamente. Di essa parla Grazia Deledda nel più noto dei suoi romanzi, Canne al vento. Il venerdi della prima settimana di Settembre, un centinaio di famiglie si trasferiscono con le loro masserizie nelle cumbeassias accanto al santuariodove risiederanno per tutto il periodo delle due novene. Il giorno della festa, la seconda domenica di Settembre, l’animazione arriva al punto massimo:
all’ora di pranzo il gran numero di ospiti, riunito attorno a un tavolato, offre l’immagine di un unico animato banchetto disposto ad anello entro il recinto delle cumbessias. Numerose sono naturalmente le funzioni sacre, tutte annunciate dal rintocco della campana. Immancabili le manifestazioni civili improntate alla valorizzazione della tradizione locale.





Monumenti, Luoghi e Itinerari
GRAZIA DELEDDA "CANNE AL VENTO"
OROSEI NELL' OPERA DELEDDIANA

di Tania Baumann

Il visitatore che oggi giunge a Orosei, uno dei centri turistici più importanti della costa baroniese, difficilmente immagina che questo luogo dal clima mite sia stato in passato segnato da diverse avversità: calamità naturali tristemente presenti anche nelle cronache recenti; incursioni barbaresche che nel non lontanissimo 1806 spinsero gli abitanti di Orosei, sotto la guida di Tomaso Majolu, ad affrontare presso la cala di Osalla, coraggiosamente, oltre 700 tunisini costringendoli alla fuga; in primis, l'endemica piaga della malaria sconfitta soltanto nel 1950 con l'aiuto della statunitense "Rockefeller Foundation".

Grazia Deledda, particolarmente attenta ai disagi dei suoi conterranei, ne rispecchia diversi aspetti nella propria opera letteraria. Così nella novella La festa del Cristo, inserita nella raccolta Chiaroscuro (1912), ricorda le "donne pallide col ventre gonfio per le febbri di malaria, [e] uomini smilzi in corpetto di scarlatto, le gambe secche e dritte come quelle dei cervi". D'altro canto, Orosei appare anche come teatro di feste religiose dove sacro e profano si mischiano in spensierata allegria: "La festa durava nove giorni di cui gli ultimi tre diventavano un ballo tondo continuo accompagnato da suoni e canti".

Il racconto della novena nel Santuario del Rimedio occupa una parte importante in Canne al vento (1913) poiché espone i personaggi e i conflitti che verranno sviluppati nel romanzo: luoghi e moti d'animo dei personaggi sono infatti inscindibilmente legati nell'opera deleddiana. E mentre i giovani ballano e intrecciano amicizie e amori, le due sorelle Pintor, nobildonne anziane ormai ridotte ad una grande povertà, ricordano con dolce malinconia gli splendori passati della loro famiglia: "Le dame Pintor avevano a loro disposizione due capanne fra le più antiche […] dette appunto sas muristenes de sas damas, perché divenute quasi di loro proprietà in seguito a regali e donazioni fatte alla chiesa dalle loro ave fin dal tempo in cui gli arcivescovi di Pisa nelle loro visite pastorali alle diocesi sarde sbarcavano nel porto più vicino e celebravano messe nel santuario".

La sorella più giovane, Noemi, rimasta sola nel vecchio palazzo signorile di Galte-Galtellì, evoca nostalgicamente la sua giovinezza passata attraverso i ricordi legati al santuario: "Rivedeva la chiesetta grigia e rotonda simile a un gran nido capovolto in mezzo all'erba del vasto cortile, la cinta di capanne in muratura entro cui si pigiava tutto un popolo variopinto e pittoresco come una tribù di zingari, il rozzo belvedere a colonne, sopra la capanna destinata al prete, e lo sfondo azzurro, gli alberi mormoranti, il mare che luccicava laggiù fra le dune argentee".

Già rassegnata ad un'austera esistenza senza amore, Noemi vedrà brillare un ultimo raggio di giovinezza e vita nel suo sentimento incestuoso per il nipote Giacinto, figlio di una quarta sorella, Lia, fuggita da giovane nel lontano "continente" per sottrarsi alla tirannia paterna. Nella solitudine di una sera estiva, Noemi si abbandona ai suoi sogni: "Le sembrava d'essere svenuta, […] e che le sue lacrime fossero quelle di Giacinto; e le sorbiva come il succo di un frutto acre con le labbra avide tremanti di tutti i baci che non avevano dato né ricevuto.

La giovinezza, l'ardore, il dolore di Giacinto si trasfondevano in lei: dimenticava i suoi anni, il suo aspetto, la sua assenza; le sembrava d'essere distesa sotto un'acqua limpida nel folto di un bosco e di vedere una figura curvarsi a bere, a bere, sopra la sua bocca: era Giacinto, ma era anche lei, Noemi viva, assetata d'amore: era uno spirito misterioso che sorbiva tutta l'acqua della sorgente, tutta la vita dalla bocca di lei, tanta sete insaziabile aveva; e si stendeva poi nel cavo della fontana nel folto del bosco e formava un essere solo con lei".

Stando ad un'ipotesi di Massimo Pittau, il nome del nipote, Giacinto Pintor, non sarebbe stato scelto in modo casuale, ma avrebbe il suo modello nel giornalista, scrittore e pittore - a quest'ultima attività dovrebbe rinviare il cognome del personaggio - Giacinto Satta, nato ad Orosei nel 1851, sul quale Grazia Deledda avrebbe riversato il suo sognante amore di adolescente. Satta fu sicuramente un personaggio interessante nella vita culturale della Sardegna di fine Ottocento: non è quindi difficile immaginare che avesse affascinato l'aspirante scrittrice: bello e colto, la sua vita movimentata l'aveva portato fra l'altro a Roma, Londra, Algeri, Tunisi, Tripoli e per un lungo periodo a Parigi, da dove collaborava con i propri articoli alla rivista "Vita sarda", contribuendo così a conferirle un respiro culturale ampio e ben documentato sulle correnti artistiche e letterarie dei maggiori centri europei.

Probabilmente la giovane Grazia - il cui nome appare tra i collaboratori della rivista sin dal primo numero, apparso nel 1891- doveva anche a Giacinto Satta la sua aggiornata conoscenza della letteratura francese a lei contemporanea. Rientrato in Sardegna, l'oroseino partecipò a Nuoro al fervido cenacolo di intellettuali ed artisti sardi - tra i quali spiccavano l'avvocato-poeta Sebastiano Satta e il pittore Antonio Ballero - che conquistò al capoluogo barbaricino, come la stessa Deledda scrisse nel 1894 con evidente orgoglio, il titolo di "Atene sarda".

Se Giacinto Satta contribuì all'importazione delle maggiori correnti della cultura europea in Sardegna, Grazia Deledda, formatasi anche attraverso tale opera di mediazione contribuì a sua volta a far conoscere ad un pubblico nazionale ed europeo la sua Sardegna ora tragica ora allegra ma sempre avvolta in un magico velo di poesia.
E ancora oggi l'attento visitatore può trovare a Orosei i luoghi e le atmosfere che stimolarono Grazia Deledda a scrivere alcune delle sue pagine più famose.


1- Cfr. A. Mattone, Le origini della questione sarda. Le strutture, le permanenze, le eredità, in L. Berlinguer - A. Mattone (a cura di), La Sardegna. Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi, Torino, Einaudi, 1998, p. 7.

2- G. Deledda, Novelle, Nuoro, Ilisso, 1996, p. 156.

3- G. Deledda, I grandi romanzi, Roma, Newton Compton, 1997, p. 604.

4- Ivi, p. 609.

5- Ivi, p. 603.

6- Ivi, p. 639.

7- Giacinto Satta fu, tra l’altro, autore di un romanzo storico intitolato Il tesoro degli Angioini (1907); cfr., a proposito, G. Marci, Narrativa sarda del Novecento. Immagini e sentimento dell'identità, Cagliari, Cuec, 1991, pp. 21-30.

8- Cfr. M. Pittau, Grazia Deledda per Giacinto Satta: un amore giovanile, in Id., Ulisse e Nausica in Sardegna e altri saggi, Nuoro, Insula, 1994, pp. 225-231.

9- Riguardo all’importanza delle riviste per la formazione di Grazia Deledda, cfr. G. Cerina, Grazia Deledda e le riviste in Ead., Deledda ed altri narratori. Mito dell'isola e coscienza dell'insularità, Cagliari, Cuec, 1992, pp. 77-110.

10- Cfr. G. Pirodda, La Sardegna, in A. Asor Rosa (a cura di), Letteratura italiana. Storia e geografia, Vol. III, Torino, Einaudi, 1989, p. 955.

11- Cfr. G. Deledda, Tradizioni popolari di Sardegna, Roma, Newton Compton, 1995, p. 66.

Tanja Baumann (Bruchsal, Germania, 1974), laureata in Filologia e Letteratura romanza con specializzazione nelle letterature italiana e sarda moderna all’Università Ruperto-Carola di Heidelberg (Germania) discutendo una tesi sulle figure femminili nei romanzi di Grazia Deledda, ha conseguito nella medesima università il Dottorato di Ricerca. Ha collaborato con numerose riviste, insegna tedesco nel centro

Galtellì:Porta del Parco Deleddiano

Agli inizi del secolo scorso la nota scrittrice nuorese, Grazia Deledda, soggiornò a Galtellì traendone ispirazione per "Canne al vento", il libro che gli valse il premio Nobel per la letteratura. Da alcuni anni, pertanto, a Galtellì, è stata inaugurata una (tra le diverse presenti in Sardegna) "porta" d’ingresso al Parco Letterario Grazia Deledda. Quello dedicato a Grazia Deledda, attivo dal luglio del 2001, è, al momento, l'unico parco letterario in Sardegna e si estende su due regioni geografiche distinte: il Nurcara per l'Ovest Sardegna, la Barbagia e la Baronia per il Centro-Est. Il progetto del Parco unisce, attraverso un Consorzio, i Comuni di Nuoro, Galtellì, Bitti, Ittiri, Orosei, Orune, Mara, Monteleone Rocca Doria, Romana e Villanova Monteleone. Questa particolare articolazione territoriale si fonda su diversi fattori che derivanti sia dalla figura letteraria dell'autrice, che dal contesto storico-culturale sardo che dal fattore Natura/Cultura in Sardegna. Non a caso, infatti, l'opera deleddiana, si caratterizza per la notevole attenzione all'intera Sardegna, con le sue tradizioni, la sua storia, le sue passioni umane ed i suoi costumi oltre che per il desiderio della scrittrice di valorizzare l'etnografia dell'isola, diffondendola nel mondo. Per visitare il Parco è necessario recarsi presso una delle tre Porte allestite nei centri storici di Nuoro, Galtellì e Monteleone Roccadoria.


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